Campobasso. Castello Monforte Veduta del Matese da Roccamandolfi Capracotta. Sentiero verso Prato Gentile Termoli Campitello
Campobasso. Castello Monforte Veduta del Matese da Roccamandolfi Capracotta. Sentiero verso Prato Gentile Termoli. Campitello.

La leggenda di Mazzamauriello

Mazzamauriello e zì Monaca

Nora era figlia unica di un carpentiere e d’una filatrice di lana. Fin da piccola aveva dimostrato una pia vocazione, trascorrendo le giornate in orazioni e in opere buone. Ancora giovane perse entrambi i genitori e, rimasta sola, decise di farsi monaca seguendo gli impulsi del suo cuore.
Da quando era diventata suora i suoi paesani avevano cominciato a chiamarla “Zì Monaca, e ormai tutti la conoscevano con quel nome. Un dì, mentre era in casa intenta ai lavori domestici, sentì un rumore e si voltò. Rimase allibita nel vedere in mezzo alla stanza uno strano essere, alto non più di due palmi, che aveva un viso lentigginoso e beffeggiatore, con un paio di occhietti brillanti e traditori, con un naso sottile rivolto all’insù, con una bocca molto ampia e un mento assai sporgente.
In testa portava un berrettino scarlatto con una nappa turchina pendente a destra, ed indossava un giubbettino verdognolo sopra un paio di calzoni che finivano per introdursi in un paio di stivaletti lunghi fino alle ginocchia. Alla vita portava un cinturino bianco dal quale pendevano dei sonagli che ad ogni minimo movimento mandavano un suono stridulo ed assordante.
Era Mazzamauriello! Un folletto modesto e dispettoso che poteva anche diventare pericoloso e letale per chiunque lo tradisse svelando la sua presenza. Nora era diventata pallida come un cencio lavato e non riusciva a dire una parola, allora lo gnomo interruppe quel silenzio e disse :
“Ciao Zì Monaca!”
“Santa Vergine benedetta! E tu chi sei? Che fai qui? Vattene! Vai via da casa mia!” esclamò Nora.
“Sono Mazzamauriello ed abito in questa casa. Non devi temere nulla da me, basta che tu non dica mai a nessuno che sono qui. Anzi se avrai bisogno di me, chiama ed otterrai aiuto.”
Nora aveva spesso sentito parlare di Mazzamauriello. La gente diceva che andava in giro a molestare ed ad atterrire le persone, finchè non trovava una casa ed una famiglia dove stare. Ma non si poteva svelare la sua presenza a nessuno, altrimenti quel folletto avrebbe fatto qualche pazzia. Egli, infatti, possedeva un anello magico col quale poteva fulminare ed uccidere chiunque lo tradisse. Se, però, veniva trattato bene diveniva un benefattore ed era disposto ad aiutare chi abitava con lui.
Mazzamauriello appariva e scompariva più volte al giorno, svelto come un baleno. Riusciva ad infilarsi e a passare in ogni più piccola fessura, e spesso prendeva la forma di una folata di vento e si divertiva a far sbattere le imposte e a far tintinnare i vetri, oppure a far cadere sedie, tavoli ed altro a terra, dando così i brividi a Zì Monaca. A volte si metteva in mezzo ad una camera e lì saltellava, faceva giochi e scherzava ridendo e sghignazzando. Poi si sedeva sul pavimento, poneva i piedi in croce sulla nuca e in quella posizione camminava stando sui palmi delle mani. Altre volte poggiava le mani a terra e slanciava le gambe in aria, agitandole di qua e di là e girando su se stesso. Il folletto non si trastullava sempre solo, spesso tirava in ballo anche la monaca. L’afferrava per un lembo della veste, per il cordone, per il soggolo, facendole fare mille giravolte; e se Nora reagiva sgridandolo, se la rideva e fuggiva via.
Alla fine, però, voleva farsi sempre perdonare, metteva il berretto sulle sue ginocchia, strofinava le mani e da esse, come per incanto, cadevano monete nel cappello. Correva a portare il denaro a Nora, ma quella, ligia al vestito che indossava e mai avida di cose terrene, prendeva solo il necessario per poter vivere. La monaca,il più delle volte, era davvero infastidita dai giochetti del folletto che distraevano le sue preghiere, ma sopportava con pazienza temendo scherzi peggiori. Così trascorsero molti anni, finchè quel nano che girava per casa non ne fece una delle sue, uno scherzo tanto pazzo che per poco Nora non ne morì. La donna stava leggendo un libro di preghiere accanto al letto, quando venne distratta da rumori provenienti dalle tavole del soffitto. Alzò gli occhi e vide il nano far capolino da una fessura del legno.
“Zì Monaca mi getto?” disse
“ Possibile che tu debba farne ogni giorno di più grosse? Vatti a gettare alla malora!” Replicò Nora.
“ Eccoti le braccia e le gambe!” Disse il nano, lanciando sul pavimento i suoi arti. E subito dopo:
“Eccoti il capo!" e cadde anche quello.
Alla fine venne giù anche il resto del corpo. La monaca fu presa dallo spavento a vedere quei pezzi di corpo così sparsi, ma in un attimo le membra si riunirono e il folletto tornò come prima ridendo e gridando per lo scherzo compiuto. Nora decise che non poteva più reggere ai batticuore che le venivano procurati in continuazione. Così il giorno seguente, si recò da suo cugino Menico per chiedergli consiglio e aiuto, poiché non se la sentiva di vivere ancora con Mazzamauriello per casa. Raccontò tutto, ed il cugino le consigliò di cambiare abitazione. Al ritorno, trovò tutta la sua roba imballata e pronta per essere portata via. Lo gnomo, appena la vide, disse: "Casa nuova, casa nuova!" e saltava e batteva le mani con fare iroso e cattivo. In quel momento, Nora rammentò qual’era la punizione per chi osasse svelare la presenza di Mazzamauriello. Ebbe paura e cercò di scappare, ma venne fulminata dall’anello magico del folletto e cadde a terra morta. Da quel giorno, nessuno più volle abitare quella casa per paura degli spiriti, e chiunque passi di là si fa il segno della croce dicendo: "Croce janca e croce nera, Ru dejaure ze la carreja" ( Croce bianca e croce nera, il diavolo se la porta).
Fonte: www.centrostoricocb.it

La leggenda di San Giorgio

San Giorgio nacque nel 282 o nel 283 nel castello di Georgia a tre miglia da Nazaret, da genitori nobili che erano ferventi cristiani.
Gli imposero il nome di Giorgio nella speranza che convertisse tanti nel nome del Signore. Dopo la morte del padre si ritirò a Lidda, città della Palestina, ed impegnò i suoi beni per aiutare i poveri. Morta la madre si arruolò nell’esercito di Diocleziano ed ebbe grandi riconoscimenti. Quando, nel 303 Diocleziano emanò l’editto di persecuzione contro i Cristiani, Giorgio, dopo aver donato tutti i suoi averi ai poveri, si recò in Nicomedia, strappò l’editto e si presentò all’imperatore per professarsi seguace di Cristo.
Diocleziano dopo aver cercato invano di persuaderlo a ritrattare la sua professione di fede, lo sottopose a vari martirii: prigione, macigno sul collo, graffi di ferro e calzari arroventati da cui Giorgio uscì indenne in modo miracoloso e, secondo la promessa di Cristo, a lui apparso in carcere, soffrì tormenti per sette anni e per tre volte prodigiosamente fu liberato dalla morte. Sopravvivere alla durezza del carcere, vivere dopo essere stato tagliato in due da una ruota irta di chiodi, risuscitare diciassette morti, distruggere con l’alito gli idoli di un tempio sono eventi che sanno di leggendario, ma che giustificano il numero straordinario di conversioni.
Ben nota è la leggenda di “San Giorgio e il drago”. A Berito un orribile dragone di tanto in tanto usciva dal fondo del lago e si apprestava alle mura della città recandovi la morte col suo alito pestifero. Per tenere lontano tanto flagello erano sacrificate giovani vittime estratte a sorte; un giorno toccò alla figlia del re. Il sacrificio si stava per attuare quando giunse un cavaliere, Giorgio il quale rese inoffensivo l’orrendo drago con un colpo di lancia liberando dalle fauci la principessa Sirena; Giorgio rassicurò quindi i cittadini atterriti affermando che aveva ucciso il drago in nome di Cristo, perché si convertissero e fossero battezzati; il re con la figlia e con molti cittadini si convertì al cristianesimo. Non si convertì invece Diocleziano che dopo avere invano tentato di allontanare Giorgio dalla sua fede lo condannò a morte per decapitazione.
Il corpo di Giorgio fu portato a Lidda e posto in un ricco sepolcro sul quale sorse un tempio consacrato il 3 novembre giorno ancora oggi festeggiato in Grecia.
Sant'Elena imperatrice, la stessa che secondo una leggenda aveva portato ad Ururi come reliquia il legno della croce, fece estrarre dal sepolcro il capo del santo e lo fece portare a Roma per diffonderne il culto; il capo è custodito dal 750 nella chiesa di San Giorgio al Velabro in Roma. Le reliquie furono date ad altre città tra cui Campobasso dove in un reliquario d’argento, è conservato un grosso pezzo di osso, mentre uno più piccolo è conservato nel petto di una statua nella chiesa di San Leonardo ed altre reliquie sono nella chiesa della SS. Trinità.

Il culto di San Giorgio a Campobasso fu diffuso fra il V e il VI secolo quando i greci giunsero nel Sannio.
La tradizione racconta che tre fatti straordinari indussero i cittadini di Campobasso a ricorrere alla protezione del Santo: Nel XIII secolo i paesi limitrofi coalizzati assediarono Campobasso per distruggerla, il popolo non potendo resistere a tanto urto si raccolse in preghiera nelle varie chiese invocando soprattutto San Giorgio. Improvvisamente le campane suonarono, si udì un cupo fragore di armi e alla testa di un esercito schierato in combattimento apparve un giovane guerriero, i nemici terrorizzati fuggirono mentre il popolo riconobbe il prodigio e gridò:
“E’ San Giorgio che ci difende e che ci salva!”
Una terribile tempesta si abbattè su Campobasso il 9 ottobre 1634 e per intercessione del Santo la città fu salva.
Nel 1656 si diffuse una terribile peste la cui fine miracolosa fu attribuita al Santo.

Per richiesta dei Campobassani il Vescovo di Boiano proclamò San Giorgio patrono della città con una bolla del 16 aprile del 1661 che si conserva nell’archivio della cattedrale. San Giorgio è il patrono di altri paesi molisani, tra cui Mirabello e Petrella Tifernina.
L’antico protettore della città era San Michele Arcangelo.
Fonte: www.centrostoricocb.it

La leggenda di Re Bove

Intorno ad una delle più antiche chiese del Molise, Santa Maria della Strada, circola una singolare storia: la leggenda del re Bove, pervenuta fino a noi solo attraverso sommari. Vi si narra che un re di nome Bove innamorato follemente della sorella, si rivolse al Papa per ottenere il permesso di sposarla; Il Papa acconsentì a patto che re Bove riuscisse ad edificare, in una notte cento chiese di forma e grandezza determinata e disposte in modo che fossero visibili l’una dall’altra.
La prova impossibile non spense il desiderio ardente del re che si rivolse al demonio, l’unico in grado di dargli un tale potere. Il diavolo, in cambio di tanto lavoro, chiese l’anima del re.
Nella notte il sovrano e il demonio lavorarono incessantemente per costruire le chiese, il demonio faceva ruzzolare dal monte i macigni di pietra ed il re li sovrapponeva.
All’alba novantanove chiese erano costruite, ma prima che la centesima fosse compiuta, re Bove provò un profondo rimorso e pentimento e piangendo, pregò intensamente Dio, il quale, nella sua infinita misericordia lo perdonò, mentre il demonio, irritato per l’ennesima sconfitta, scagliò un masso contro la chiesa in via di ultimazione, quella di Santa Maria della Strada, e ne colpì il campanile; il masso rimbalzò e si conficcò nel terreno a poca distanza dalla costruzione; effettivamente nei pressi della chiesa c’è un masso che è chiamato il masso del diavolo.
Re Bove venne sepolto nell’ultimo edificio costruito, quello di Santa Maria della Strada.
La leggenda racconta che solo sette chiese sono sopravvissute nei secoli: quelle di Santa Maria di Monteverde, Maria Santissima Assunta di Ferrazzano, San Leonardo di Campobasso, Santa Maria di Cercemaggiore, Santa Maria della Strada, la cattedrale di Volturara Appula, mentre resta oscuro il nome della settima.
Fonte: www.centrostoricocb.it

La leggenda di Delicata Civerra

Nel 1504 Andrea de Capoa, feudatario di Campobasso, concesse ai suoi sudditi di costruire al di fuori delle mura, un Tempio alla Trinità, nacque così la Congrega dei Trinitari formata dai cittadini” ragguardevoli e per finanze e per stirpe” che erano arrivati da Napoli al seguito del nuovo signore. L’università fu subito scissa in due parti: i Trinitari e i Crociati, appartenenti alla confraternita storica dell’università. Le Confraternite erano in continua lotta per il predominio sulla città e così spesso si accendevano litigi e risse. Per mettere pace il 9 febbraio 1587 venne per la Quaresima a predicare il Cappuccino Padre Geronimo da Sorbo.
Fin qui la storia… poi la leggenda…
Era il 1587 quando Delicata, una ragazza di 20 anni, di famiglia Crociata, fragile e bellissima si innamorò, ricambiata, di un giovane Trinitario: Fonzo Mastrangelo, “che sapeva ben maneggiare la spada, di bel garbo, forbito nella parola, uomo di studio” (si dice che conoscesse a memoria i versi di Dante e Petrarca che declamava alla sua donna).
La famiglia di Delicata apparteneva ai Crociati e quella di Fonzo ai Trinitari. I due giovani si amavano teneramente ed usavano mille industrie per persuadere i rispettivi genitori a voler dare il consenso per il loro matrimonio. Ma tutto era inutile, poiché i matrimoni fra i giovani delle diverse congreghe erano vietati e le famiglie, nobili entrambe, non volevano mostrare alle Confraternite a cui appartenevano “lo scandalo di sì disdicevole maritaggio”.
Un giorno di primavera, verso il tramonto, mentre Delicata conversava con Fonzo, il padre della ragazza, Andrea, comparve improvvisamente, proprio mentre Alfonso porgeva un piccolo mazzo di fiori a Delicata. Il padre, furibondo, minacciò il giovane trinitario e trascinò via la figlia. Delicata chiese invano perdono, ma il severo genitore non si impietosì e la rinchiuse in una umida torre. Qui la ragazza ben presto si ammalò, ma rimase comunque decisa a difendere il suo amore. L’unico conforto che aveva era quello che le veniva dalla sua intima amica Fiorella Sinibaldo, alla quale, di tanto in tanto, era permesso di andare a trovarla nel “buio carcere”.
Lo zio paterno di Delicata, don Nunzio Civerra, parroco di San Giorgio, “uomo dabbene, caritatevole ed umile, stimato e ben voluto sia dai Trinitari che dai Crociati” cercò invano di far ravvedere l’ostinato fratello. Ma Andrea pose Delicata di fronte ad una scelta: prendere in sposo un Crociato oppure prendere il velo monastico. Delicata rifiutò entrambe le proposte.
Intanto Fonzo, non sopportando più di vivere nella stessa città, ma separato da Delicata e saputo che il Feudatario di Campobasso combatteva nelle Fiandre, offrì la sua spada al suo Signore e partì per la Francia.
Il tempo passava e l’odio fra le due fazioni cresceva sempre di più; molti furono gli episodi di sangue che macchiarono ancora la storia campobassana. Si giunse così alla Quaresima del 1587, quando venne inviato a Campobasso per le prediche quotidiane Padre Geronimo da Sorbo accompagnato dal confratello Fra Luigi. Il monaco, con calda eloquenza, convinse Crociati e trinitari a riappacificarsi. Per l’occasione,tra i festeggiamenti della popolazione, vennero celebrati sessantasette matrimoni fra giovani delle opposte Confraternite. Solo Delicata, gravemente ammalata, non potè partecipare a questa gioia. Padre Geronimo, appena conosciuta la triste storia della fanciulla accorse al suo capezzale, la consolò e convinse il padre a perdonarla.
La sera del 12 marzo 1587 Padre Geronimo portò i Sacramenti alla giovane; tutti erano intorno alla ragazza, facendo a gara per darle conforto. Improvvisamente, tra scalpitio di cavalli e stridore di armi, la porta dell’abitazione si spalancò ed entrò Fonzo Mastrangelo, che appena saputo della pace fra le confraternite, si era precipitato a Campobasso. Il giovane, sconvolto, si gettò singhiozzante ai piedi del letto, e dopo aver preso dolcemente la mano della fanciulla le infilò un anello al dito, giurandole amore eterno.La ragazza accennando un sorriso,gli strinse la mano e gli sussurrò poche dolci parole prima di esalare l'ultimo respiro.Tra i pianti di tutti i presenti Fonzo urlò: “Delicata! Delicata! Domani il convento avrà un cappuccino in più!”
Sabato 13 marzo 1587, Delicata fu sepolta, con solenni funerali, nella chiesa di San Giorgio. Le sue compagne seguirono il feretro con profonda mestizia e per più giorni portarono il lutto. Fonzo partì per Roma, dove vestì l’abito francescano, e dove morì nel 1599, ancora giovanissimo.
Fonte: www.centrostoricocb.it

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