Campobasso. Castello Monforte Veduta del Matese da Roccamandolfi Capracotta. Sentiero verso Prato Gentile Termoli Campitello
Campobasso. Castello Monforte Veduta del Matese da Roccamandolfi Capracotta. Sentiero verso Prato Gentile Termoli. Campitello.

LE ZAMPOGNE DI SCAPOLI

Fontecostanza è una delle sedici frazioni disseminate per il vasto agro di Scapoli. In questa frazione, dalla quite e dal panorama belli da togliere il fiato, si perpetua ancora oggi l' arte tradizionale legata alla costruzione della zampogna, che qui ha origine a cominciare dalla scelta e dall' accatastamento del legno (ulivo, ciliegio, prugno, sorbo, albicocco, pero), che viene messo a stagionare. Questa in sintesi la genesi dello strumento a fiato della civiltà pastorale, che prende lentamente forma tra le abili mani di Umberto e di Luigi, due tra i costruttori che sono stati prima ancora appassionati e musicisti.

Diverse le loro storie. Umberto Di Fiore è l' erede di una tradizione che passa per Ettore, suo padre, morto nel 1996, e suo nonno Benedetto, morto nel 1965, che aveva appreso la singolare arte da artigiani di Villa Latina. Ettore Di Fiore, in particolare, Luciano Di Fiore e Gerardo Guatieri sono considerati a Scapoli ed altrove i capostipiti dei costruttori di zampogna: ad essi è riservato - non solo da queste parti - un rispetto quasi reverenziale. Specialista nella lavorazione di ance, chiuse e aperte, è Luigi Ricci, la cui la bottega si apre a pochi passi da quella di Umberto, che è vigile urbano.

Luigi, ora in pensione dopo aver fatto il ristoratore in Belgio, non ha alle spalle una tradizione nella costruzione della zampogna ma - per così dire - ha imparato il mestiere sin da piccolo andando a scrutare nelle botteghe degli artigiani e di Guatieri in particolare. Nella "fucina" di Fontecostanza operano inoltre Paolo Di Fiore, costruttore di zampogne, figlio di Luciano Di Fiore, e Fabio Ricci, classe 1975, figlio di Romeo Ricci, anch ' egli costruttore e suonatore. Noto costruttore scapolese è anche Franco Izzi: oltre a dar forma agli strumenti, Izzi è anche musicista e innovatore della zampogna della tradizione molisana. La sua bottega-laboratorio si apre lungo il Cammino di Ronda in un vano a piano terra del Palazzo Battiloro.

IL MERLETTO A TOMBOLO

Due sono i luoghi che si contendono il primiato per la fine lavorazione del merletto a fuselli:l'italia e le Fiandre. Verso la fine del XV secolo si afferma quest' arte di merlettare, dall'evoluzione di altre tecniche già in uso, e sono proprio Venezia ed Anversa le due città a cui la gran parte degli studiosi fa riferimento per quanto riguarda la datazione storica. Ma da ricerche più recenti sembra che le date più remote siano da attribuire all'Italia e fra le città in cui da più secoli si tramanda la tradizione di fare trine si annovera proprio Isernia. Risale, infatti, al 1503 la presenza in città della lavorazione a tombolo (dal latino tumulus con riferimento al cuscino d'appoggio).

Nelle giornate della bella stagione ancora oggi si possono infatti osservare nei vicoli cittadini anziane signore dedite a lavorare il tombolo, continuando una preziosa tradizione che, attraversando il corso di cinque secoli, continua fino ai nostri giorni. L'arte di fare merletti giunse ad Isernia dal Regno di Napoli intorno al XV secolo e si diffuse soprattutto nel periodo delle regine aragonesi Giovanna III e Giovanna IV, che amavano soggiornare nella città pentra e spesso facevano guarnire i loro ricercati abiti di merletti con tombolo locale. Primo luogo eletto, dove si eseguiva il tombolo in maniera artistica, fu il Convento di Santa Maria delle Monache, che accoglieva le giovani fanciulle della nobiltà napoletana costrette a monacarsi. Qui le giovani arrivavano con ricca dote e soprattutto con conoscenze ed educazione raffinate ( avendo studiato musica, pittura, ricamo) che trasferivano anche nell'esecuzione di trine particolarmente pregiate. Come avveniva non solo in Isernia ma anche in Italia e all'estero, furono i conventi a far conoscere e quindi a diffondere nei secoli il merlettare a fuselli: nel Monastero di Santa Maria le monache rifornivano di filo le lavoranti popolazione che eseguivano i merletti; in seguito saranno commercianti locali a fornire loro filo e disegni.

Una lunga storia accompagna dunque ques'arte - artigianato, passata per le mani di abili ricamatrici, che contribuivano in maniera determinante all' economia familiare. Frotte di donne, sia bambine sia adulte, popolavano i vicoli d'Isernia, quelli più notoriamente legati alla presenza delle merlettaie: Vicolo d'Affitto, Vico Pentri, Vico Iannotta, Vico Concezione , il riore detto Codacchio, ma anche altri vicoli e piazzette che in modo ortogonale diramavano da Corso Marcelli, il cardo maximus della colonia latina che attraversa a metà la Città nella sua parte antica. Un tempo, quando si lavorava nei vicoli, quasi ogni donna possedeva un pallone (così è detto ad Isernia il cuscino d'appoggio), alcune anzi ne avevano in casa due.

I COLTELLI DI FROSOLONE

Frosolone, quale centro di eccellenza per la produzione dei ferri taglienti , era noto già al tempo del Regno di Napoli, e si accrebbe, quasi a diventare un "distretto industriale", quando Carlo di Borbone, Re delle Due Sicilie, intese a dare un assetto industriale al suo regno, favorendo la riorganizzazione di fonderie e armamenti.
La notorietà del paese andò dunque crescendo, allorché di lì a poco, nel 1828, i fratelli Fazioli ricevettero la Medaglia d'Argento per i loro prodotti all'Esposizione artigiana di Napoli. L'arte della forgiatura a Frosolone ha tuttavia radici ben più remote. In effetti, non v'è una data certa circa l'origine della lavorazione dei metalli.
Michele Colozza fa risalire questa antica tradizione al VI secolo, quando si ascrive la discesa dei Longobardi nell'Italia meridionale. Successivamente la vocazione agricola e, soprattutto, pastorale del paese ha favorito la lavorazione di metalli per la realizzazione di attrezzi e di utensili necessari. La specializzazione dell'artigianato locale nella lavorazione dei ferri taglienti trava ad ogni modo fondamenti più certi in epoca medioevale. In particolare, esistono testimonianze scritte circa la migrazione di artigiani veneziani verso il Sud Italia, i quali diffussero l'arte della forgiatura dell'acciaio nel Molise.

Durante il mese di agosto viene organizzata nelle strade del centro storico, nei locali che un tempo ospitavano botteghe artigiane, una Mostra-Mercato nazionale delle Forbici e dei Coltelli. Di indubbio fascino è poi il Museo dei Ferri taglienti, in cui sono conservate centinaia di oggetti di valore storico recuperati tra gli appassionati e tra gli eredi dei migliori artigiani delle forbici e dei coltelli frosolonesi del secolo scorso.

LE CAMPANE DI AGNONE

La Pontificia Fonderia è l'unica sopravvisuta, tra le dinastie dei numerosi fonditori di campane di Agnone, che da otto secoli si tramanda ininterrottamente, di padre in figlio, quest'antica arte. Proprio nel Museo Marinelli è infatti conservato un raro esemplare di campana gotica che la tradizione vuole sia stata fusa 1000 anni fa in Agnone.
E' probabile che campane in bronzo di notevoli dimensioni si fondessero in questa cittadina anche prima del 1200. Certo è che Nicodemo Marinelli, "campanarus", nel 1339 fuse una campana di circa 2 quintali per una chiesa del frusinate. Campane agnonesi di raffinata fattura, che vanno dal XVI secolo in poi, sono ancora visibili non solo presso il Museo Marinelli, ma su molti campanili dai quali tutt'oggi propagano le proprie sonorità.

Una storia millenaria, quella della Fonderia Marinelli, che ha vissuto fasi alterne, pur annoverando significative esperienze quale quella risalente al 1924, anno in cui papa Pio XI concesse alla famiglia agnonesi il privilegio di effigiarsi dello Stemma Pontificio.
Nel 1949 fu assegnato alla Fonderia il compito di fondere le campane per l'Abbazia di Montecassino. Nel 1950 un rovinoso incendio costrinse i prestigiosi mastri campanari ad abbandonare la vecchia sede e ad impiantare una nuova officina nell'allora periferia del paese.
Nonostante ciò, si continuò a fondere campane per le chiese più note ed amate della cristianità e per quelle moderne che stavano nascendo.
Nuovo grandissimo riconoscimento giunse nel 1954, quando il Presidente della Repubblica consegnò alla famiglia Marinelli la "Medaglia d'Oro" quale premio ambitissimo alla Ditta più antica per attività e fedeltà al lavoro in campo nazionale.
Da allora è trascorso quasi un sessantennio ma il lavoro dei fonditori Marinelli prosegue inalterato sia per la tecnica di produzione, che è quella in uso nel Medioevo, sia per la perizia e la professionalità acquisite ed esperite nel tempo.

fonte: Molise in Viaggio, Volturnia Edizioni
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