Campobasso. Castello Monforte Veduta del Matese da Roccamandolfi Capracotta. Sentiero verso Prato Gentile Termoli Campitello
Campobasso. Castello Monforte Veduta del Matese da Roccamandolfi Capracotta. Sentiero verso Prato Gentile Termoli. Campitello.

ITINERARIO DEI VINI DEL MOLISE

Pur essendo il Molise una terra da sempre a forte vocazione agricola, non vanta una grande produzione vinicola, anche se negli ultimi anni è molto aumentata la coltivazione della vite, in special modo in basso Molise.
Tutte le coltivazioni si concentrano in due zone ben definite, la prima nella bassa valle del fiume Biferno, e l 'altra nei pressi del Volturno. Tra le qualità di viti netta e' la predominanza di Montepulciano d'Abruzzo, che da solo copre 2/3 della produzione, seguito da Aglianico, Tintilia, Cabernet Savignon, Sangiovese (tra i vini a bacca rossa), Trebbiano Toscano, Malvasia Bianca, Bombino, Chardonnay, Greco Bianco, Falanghina, Mooscato Bianco, Savignon e PInot Bianco (tra quelle a bacca bianca).
Tre sono le DOC che tutelano la produzione: Pentro d'Isernia, relativo alla provincia omonima, Biferno, relativa alla provincia di Campobasso, Molise, comune alle due provincie. Il vino piu' rappresentativo e' sicuramente il Biferno, che nasce da uve Montepulciano (prevalentemente) e Aglianico nella provincia di Campobasso, nella Valle compresa tra i fiumi Fortore e Trigno, con zone a maggiore vocazione nei pressi di Guglionesi e Larino, di cui si produce anche una versione Riserva.
Completano il panorama le IGT Terre degli Osci e Rotae. L'itinerario nella provincia di Campobasso parte da Termoli, raggiunge Guglionesi (cantina Val Biferno), una delle zone a maggiore produzione, lungo la Trignina si ferma a San Felice del Molise con le cantine Cipressi e, passando sulla Bifernina, arriva alle cantine della azienda Colle Sereno di Petrella Tifernina, per proseguire verso Campobasso con la Cantina Val Tappino e Larino (Cantine Angelo d'Uva), Portocannone (Masserie Flocco), San Martino in Pensilis (Cantine Catabbo), Ururi (Cantine Salvatore) e concludersi a Campomarino (cantine Borgo di Colloredo, cantina sociale Cliternia), il piu' conosciuto centro produttivo del Molise, dove merita una citazione l'azienda Di Mario Norante, da anni leader nella produzione regionale, di cui si segnala il Biferno Rosso Ramitello.
La provincia di Isernia e' caratterizzata da un territorio prevalentemente montuoso in cui si distingue una realta' produttiva ben definita: quella della DOC Pentro d'Isernia (nelle tipologie bianco, rosato e rosso), che ha il suo centro di maggiore produzione nei pressi del fiume Volturno, con un clima sicuramente piu' favorevole al confine con la Campania, dove si produce anche la DOC Molise.
L'itinerario inizia e si conclude a Monteroduni (Azienda Agricola San Nazzaro) nei pressi della quale si trova Macchia D'Isernia, dove si svolge la Mostra Mercato del Vino Pentro (a settembre)

LA TINTILIA

La Tintilia e' un vitigno autoctono del Molise, per secoli considerato dalla popolazione locale il vitigno di eccellenza qualitativa. Se ne e' rischiata la scomparsa in seguito all'introduzione di vitigni piu' produttivi, ma una recente campagna di recupero l'ha salvato. Per molto tempo e' stato considerato un parente del Bovale Grande oppure un vitigno di origine spagnola (l'etimo e' di chiara origine spagnola, dove tinto indica il rosso intenso dell'uva e del vino che ne deriva). Oggi invece si escludono tali parentele attribuite in modo semplicistico, dopo una ricerca dell'Universita' del Molise, che non ha potuto rintracciare strette parentele con altri vitigni.

La Tintilia potrebbe essere per questa piccola regione cio' che e' stato il Nero d'Avola per la Sicilia, il Negroamaro per la Puglia, un vitigno guida da valorizzare al meglio.
Infatti gia' sono diversi i viticoltori di questo vino rosso dal sapore rubino intenso, con riflessi violacei, sempre morbido e asciutto. I produttori di Tintilia molisani interpretano in maniera diversa questo vitigno, il cui comune denominatore e' costituito da un rosso eccellente, non difficile, di grande bevibilita', fresco e soprattutto fruttato.

L' OLIO MOLISANO

La regione si fregia della Denominazione di Origine Protetta MOLISE, riservata agli oli extravergine di oliva prodotti nella zona definita dall'art. 3 del disciplinare di produzione, che rispondono ai requisiti e alle condizioni stabiliti dal regolamento CEE n. 208111992.
Le olive sono coltivate su un' area che copre il 90% dell' intero territorio regionale. Resta fuori infatti la zona montuosa che, superando gli 800 metri di altitudine sul livello del mare, rende impossibile la coltivazione della pianta. Come già accennato in altra parte della guida, nel territorio riferito all' attuale Molise fin dall'antichità si sono coltivate piantagioni di olivo e sia la Piana di Venafro sia quella di Larino erano conosciute ed apprezzate proprio per tale produzione. L'olio molisano è prodotto, per almeno l'80%, dalle seguenti varietà di olive: Aurina (o Liciniana), Gentile di Larino, Oliva nera di Colletorto, Risciola o Leccino; per il restante 20%, dalla Paesana Bianca, dallo Sperone Giallo, dal Livastro e da altre varietà coltivate nella regione.
La notevole presenza di uliveti è testimoniata anche dalla massiccia adesione dei comuni molisani all' interno della Associazione nazionale Città dell'Olio, che venne fondata proprio a Larino nel 1994: 24 della provincia di Campobasso(Bonefro, Casacalenda, Castelbottaccio, Castelmauro, Civitacampomarano, Colletorto, Larino, Lucito, Macchia Valfortore, Montefalcone nel Sannio, Montelongo, Montenero di Bisaccia, Montorio nei Frentani, Petacciato, Pietracatella, Portocannone, Roccavivara, Rotello, San Giuliano di Puglia, San Martino in Pensilis, Sant'Elia a Pianisi; Santa Croce di Magliano, Termoli, Ururi) e in quella di Isernia (Venafro, Fornelli, Pozzilli, Forlì del Sannio e Poggio Sannita).

LA GASTRONOMIA TIPICA

In un territorio come quello del Molise non potevano mancare le produzione di legumi, che - un tempo tra le basi dell'alimentazione dei pastori - oggi sono diventati specialità per palati fini. In alto Molise, farro, lenticchie, cicerchie e ceci sono coltivati poderi riparati dai venti cui è soggetto l'intero territorio, vista la sua posizione. Il tipo di terreno ed il clima caratterizzano i prodotti, conferendo loro particolarità sia nelle forme che nel gusto. attualmente la loro produzione si è ridotta, anche se alcune famiglie la continuano utilizzando semi autoctoni ed avvalendosi di mezzi esclusivamente manuali.

I FORMAGGI

La genuinità della produzione lattiero-casearia molisana ha origine dai pascoli che, insieme alla salubrità dell'area, alla lavorazione del latte e alla stagionatura del prodotto, restituiscono al formaggio il profumo della terra molisana.
La cura e l'attenzione ai particolari sono infatti elementi fondamentali nella lavorazione delle paste filate. Apparentemente uguali in tutte le zone di produzione, i formaggi a pasta filata assumono invece caratteristiche distintive piuttosto marcate a seconda della particolarità con cui vengono trattati prima, durante e dopo la produzione. Il latte utilizzato è prodotto esclusivamente da mucche locali, generalmente tenute al pascolo o alimentate con foraggi. Fiordilatte, scamorze, caciocavalli, pecorino, trecce, stracciate e manteche sono i latticini che meglio caratterizzano in particolare i comuni di Agnone, Capracotta, Vastogirardi, Carovilli e Frosolone, per la provincia di Isernia, e Bojano, Casacalenda e Termoli per quella di Campobasso.

CACIOCAVALLO

Il caciocavallo migliore è prodotto esclusivamente con il latte di razze locali alimentate al pascolo estensivo naturale e integrato da mangimi aziendali. Si lavora in caldaie di rame stagnato o acciaio in mastelli e su tavoli in legno o metallo. Il latte, aggiunto di siero-innesto naturale, viene fatto coagulare alla temperatura di 36-40 °C, usando caglio di vitello o di capretto. Quando la cagliata raggiunge la consistenza ottimale, si procede alla rottura della stessa fino a che i grumi raggiungono le dimensioni di un chicco di mais. Depositata la cagliata sul fondo del tino di coagulazione, si estrae il siero.
Parte di esso viene riscaldato a 55/65 °C e versato sulla cagliata, che subisce una parziale cottura. La pasta ottenuta rimane immersa nel siero fino a maturazione ottimale: quando è nelle condizioni di essere filata, la si sgronda dal siero e la si taglia a fette. La filatura è effettuata a mano in acqua calda a circa 80/90°C. La pasta si comprime in modo tale da avere la superficie esterna liscia, senza sfilature né pieghe e la parte interna piena. Viene poi confezionata in grossi pezzi a forma di pera con una testina sovrastante. Le forme così plasmate vengono immerse prima nell' acqua di raffreddamento e poi nella salamoia.
La salatura si effettua con tempi variabili dalle 12-24 ore, in funzione del peso. Si procede a disporre i caciocavalli nei locali di stagionatura, freschi ed aerati, dove le forme vengono appese, legate a coppie, ad asciugare per un tempo minimo che deve essere di 2 mesi.
Il caciocavallo di Agnone ha un' altezza media di cm. 18-28; un diametro di cm. 16-22; un peso di Kg. 1,5-3. La crosta è dura e sottile, di un colore variante dal giallo paglierino, al nocciola, variegata di muffe, se stagionato a lungo. La pasta è compatta, di colore giallo paglierino, con rada occhiatura o sfogliatura, l'odore è intenso, il sapore dolce e pastoso, quando è poco stagionato, per diventare nel tempo sempre più intenso e piccante. Si produce durante nell'intero arco dell'anno in tutto il territorio regionale, in particolare proprio nel comprensorio dell'Alto Molise.

LA SCAMORZA-CACIOCAVALLO

Con la pasta del caciocavallo, nelle sue versioni più gentili e soffici, si produce un piccolo nobile formaggio dalle forme molteplici e dal sapore intenso ed odoroso del pascolo montano. La scamorza, insieme alle trecci e ai birilli, diverse pezzature della stessa pasta, va mangiata rispettando un minimo gradi di stagionatura. Se cucinata arrosto, alla griglia o al forno, sarà perfetta con vini sapidi e corposi.

LA SCAMORZA FRESCA

Il classico tra i formaggi a pasta filata. La più nota e diffusa tra i formaggi meridionali, nasce morbida e fresca. Dopo alcuni giorni, acquisisce consistenza. Buona fresca, se mangiata cruda, se viene cotta si esalta e diventa indispensabile per la farcitura di moltissime pietanze. Perfetta con tutte le verdure e gli ortaggi. Morbidi ed intermedi i vini.

LA STRACCIATA

Lacerare ovvero sfilacciare qualcosa con energia. Questo significa "stracciare". Per la stracciata occorre buon latte proveniente dagli alti pascoli locali, abilità e sincronia per tessere il filo del più intrigante e saporito dei formaggi freschi meridionali. Poi una lenta e sapiente cottura. Va gustata piano... magari socchiudendo gli occhi. Unica cosa che non si accompagna con nessun altro cibo, neanche il pane. Come secondo piatto, andrà abbinata alle verdure ed agli ortaggi mediterranei, vino bianco d'obbligo. Una ultima cosa, con la stessa splendida pasta si lavorano anche i bocconcini.

IL FORMAGGIO DI VACCA

Nei cesti di vimini la parte solida del latte viene compressa, accarezzata dalle abili mani del casaro. Il siero che fuoriesce si raccoglie in un secchio sottostante. Resta "ru macciuottc", ovvero il cacio. Fresco a fette, cucinato in padella ovvero alla brace, è saporito e tenace. Sarà compito della stagionatura ammorbidirlo.

LA MANTECA-BURRINO

Mantecare ovvero mandecare o manducare rappresenta lo "schiaffeggiamento" del burro operato con le mani, mediante ripetute ed energiche pressioni. Il burro, avvolto dal formaggio, acquista un gusto leggero, mentre la pasta circostante ottiene un leggero gusto di burro. La manteca era il modo di conservare il burro quando ancora non esistevano i frigoriferi. Il prodotto, nato da questa necessità, è oggi un formaggio nuovo ed originale, come la manteca al tartufo bianco, bianchetto e nero. Autentiche prelibatezze per gli intenditori.

LA RICOTTA

Si ottiene ri-cuocendo il latte ovvero portando ad alta temperatura la parte residua di esso, a cui è stato sottratto il formaggio. L'aggiunta di un pò di latte fresco e l'esperienza del casaro fanno la differenza. L'affioramento della ricotta è un rito antico e suggestivo. Formaggio da usare in cucina e in pasticceria.

LA RICOTTA SALATA

La ricotta viene stagionata con manipolazioni quotidiane e aggiunta di sale: ne viene fuori la ricotta salata. E' un formaggio particolarmente indicato per condimenti e bruschette. I migliori risultati si ottengono grattugiandola a scaglie sottili su piatti a base di verdure, paste e verdure (pasta e zucchine, fave, melanzane, asparagi, cicorie, broccoletti). Per usarla basta eliminare il sottile strato superficiale.

IL PECORINO DI CAPRACOTTA

Tra i formaggi riveste un ruolo principale il Pecorino di Capracotta, che ha forma cilindrica a facce piane con scalzo leggermente convesso, altezza dello scalzo cm. 7-11, diametro delle facce cm. 15-22, peso Kg 1-3-5. La crosta è dura, di colore giallo, con varie tonalità, pasta compatta e tenace al taglio, colore paglierino con minuta occhiatura non regolarmente distribuita, odore intenso, sapore fragrante e pastoso, se poco stagionato, per diventare nel tempo sempre più intenso ed accentuato. Il formaggio è realizzato esclusivamente con latte di pecora, ottenuto da animali la cui alimentazione è prevalentemente costruita da pascolo o da foraggi verdi o affienati; al latte si aggiunge caglio in pasta di capretto e sale.
Il latte viene posto in caldaia di rame stagnato e portato alla temperatura di 36-38° C. Ad esso viene aggiunto caglio in pasta di capretto. In 30-35 minuti la cagliata raggiunge la consistenza ottimale e si procede alla rottura della stessa fino a che i grumi abbiano raggiunto le dimensioni del chicco di riso. Segue la cottura a 45°C per 10-15 minuti, si raccoglie la pasta e la si mette in fruscelle di giunco pressandola per lo sgrondo del siero. La salatura si effettua a secco o in salamoia per 12-24 ore. Il periodo di produzione va da marzo a settembre. Le forme vengono lasciate ad asciugare e maturare in ambiente fresco ed aerato. Il tempo di stagionatura deve essere di 3 mesi.

LA TRECCIA DI SANTA CROCE DI MAGLIANO

Formaggio a pasta filata che, per la particolare lavorazione assume l’aspetto di un nastro intrecciato (decine e di elementi) di colore bianco al momento della preparazione, che si trasforma in giallo dopo qualche giorno. La treccia è lunga circa 100 cm e larga circa 20 cm. Al latte bovino, crudo, viene aggiunto siero “zizza” derivante dalla cagliata del giorno precedente; il tutto viene posto in una caldaia d ‘acciaio e viene portato ad una temperatura di 35-40°, aggiungendo successivamente caglio nella quantità necessaria. In 30-35 minuti la cagliata raggiunge la consistenza ottimale per permettere la rottura della stessa con lo spino, quindi si lascia riposare per 5 minuti raccogliendo la pasta con le mani, che viene messa in un recipiente d’acciaio più piccolo. Il siero, portato ad ebollizione, viene messo un po’ alla volta sulla pasta raccolta precedentemente fino a ricoprirla interamente. Tale composto viene lasciato riposare per circa 3-4 ore, affinchè la pasta maturi. A questo punto la pasta viene tagliata a strisce sottili di circa mezzo centimetro di spessore, che vengono messe in una bacinella d’ acciaio, versandovi sopra, delicatamente, acqua bollente fino a ricoprirle interamente.
Con un cucchiaio di legno si rimesta il tutto in modo tale da amalgamare la pasta, facendola diventare un unico pezzo. Tenendo sempre la pasta nell’acqua calda, la si lavora formando tanti fili tondi di circa 1 cm di diametro, passandoli poi in acqua fredda e lasciandoli per 10-15 minuti, in modo che gli stessi assumano consistenza.
I fili di pasta vengono poi passati in un altro recipiente con acqua, in precedenza salata, bollita e fatta raffreddare, restandovi per circa 20 minuti. Successivamente, tolti i fili dall’acqua e posti su di un tavolo ricoperto con una tovaglia di cotone, si procede alla formazione della treccia. Il prodotto può essere consumato subito oppure dopo 6-7 giorni.

LE CARNI

Discorso a parte meritato le carni. Allevate tutte ad alta quota, mucche, pecore ed agnelli si nutrono esclusivamente di erbe che conferiscono alla carne un sapore ed una tenerezza incomparabili rispetto a quella dei grandi allevamenti.
Un’ampia scelta di salumi inoltre contribuisce a fare di questo territorio un autentico regno del gusto: salsicce, soppressate, pancette, prosciutti e ventricine vengono tutti lungamente essiccati con cura e passione meticolose. Quella della stagionatura in effetti è una vera e propria arte che, associata alla prelibatezza dei prodotti, garantisce agli insaccati, ai prosciutti ma anche a tutti i formaggi a media e a lunga stagionatura il corposo sapore di un tempo.

LA PEZZATA

Folle straripanti raggiungono anche da fuori regione il verde di Prato Gentile la prima domenica di agosto e da un quarantennio in occasione della Sagra della Pezzata, autentica pietanza tipica della civiltà della transumanza. La specialità, che meglio connota la gastronomia altomolisana, veniva preparata dai pastori in alta montagna, costituendone uno degli alimenti principali. Una pietanza della tradizione pastorale, la pezzata, non priva di raffinatezza e segreti.
Non tutti sanno ad esempio che essa, piatto principe della cucina di Capracotta, deve il suo nome al panno che va usato per raffinare il bordo durante la cottura. L’uso della “pezza” è parte integrante della ricetta ed è importante tanto quanto gli ingredienti, il tempo di cottura ed il caldaio di rame stagnato, posto sul treppiede a cuocere la carne a fuoco lento di legna. Il procedimento di cottura è codificato dalla Delegazione di Isernia dell’Accademia Italiana della cucina come segue: “ Versare nel cotturo, contenente acqua fredda salata, pezzi abbastanza grossi di pecora già sgrassati, tenendo l’acqua parecchio al di sopra della carne. Portare ad ebollizione togliendo tutta la schiuma che man mano verrà a formarsi. E’ importantissimo che questa operazione venga eseguita accuratamente perché assieme al grasso, porta via l’odore e il gusto intenso dell’animale. Completata la fase di schiumatura, aggiungere alla carne le patate a pezzi, il sedano, i pomodori e un poco di peperoncino. Lasciare cuocere coperto, a fuoco lento girando ogni tanto, fino a che l’acqua si sarà quasi asciugata. Si formerà così, grazie anche alle patate, un sughetto lento ma cremoso indispensabile per dare maggiore gusto alla carne. Cuoce in almeno quattro ore”.
La pietanza, terminata la cottura, si serve preferibilmente in terrina di terracotta e nel suo brodo per intingervi fette di pane.

LA “SIGNORA” DI CONCA CASALE

Salame a fetta grande, profumato, di colore rosso scuro, leggermente piccante. La materie prime sono filetto di maiale, pancetta, budello grande, sale, pepe, semi di finocchio selvatico, peperoncino rosso. Il budello, lavato in acqua calda e liberato del grasso attaccato sulla parete esterna, viene rigirato completamente. Successivamente il budello lesso viene lavato in un impasto di acqua, farina di mais rosso, succo di limone e aceto bianco. Questo secondo lavaggio deve essere rapido per evitare rotture della parete. A volte il budello è profumato con foglie di alloro. La carne, tagliata “a punta di coltello”, impastata con le spezie ed il sale, è insaccata nel budello. Particolare importanza assume la fase di insaccamento per riempire bene le pieghe del budello. Il prodotto così ottenuto deve essere maneggiato(premuto) ogni 10 giorni. Da un unico suino si produce dell’utilizzo di un unico budello.
L’essiccazione è molto impegnativa. Il periodo di produzione è l’inverno.

LA PAMPANELLA DI SAN MARTINO IN PENSILIS

Carne di suino semigrassa completa di cotenna insaporita con aromi naturali ed abbondante peperoncino finemente macinato e cotta al forno, deve essere consumata in giornata. La materia prima è la carne di maiale del peso di 60-70 Kg. La carne viene tagliata a pezzi sul ceppo e portata sul pianale di acciaio dove viene condita con sale, aglio e peperoncino. Così preparata, viene messa in un contenitore di acciaio dove rimane per 6-7 ore in ambiente fresco. Viene cotta nel forno a legna (o elettrico) a temperatura di 300° C, per due ore circa. Il periodo di produzione è tutto l’anno.

LA VENTRICINA DI MONTENERO DI BISACCIA

Le materie prime sono pezzi di carne magra provenienti esclusivamente dalla coscia del suino, lardo di suino, sale, paprica, peperoncino, fiori di finocchio. I pezzi di carni scelte tagliati grossi con i pezzi di lardo, vengono insaporiti con sale, paprica dolce, fiori di finocchio e, a piacere, un pizzico di peperoncino per la versione piccante. Rimangono circa 24 ore sotto aromi per essere poi insaccati nella vescica di maiale, intervallati da pezzetti di grasso, che consentono al prodotto di mantenere una certa morbidezza. E’ importante pressare bene per eliminare l’area dagli interstizi. Il periodo di produzione va da novembre a marzo. Anche per questo prodotto occorrono locali freschi e aerati.

LA PASTA

I campi di grano del basso Molise, al confine con la provincia di Foggia, sono stati per decenni la riserva di grano per i molteplici pastifici sorti nel Molise nel XX secolo. Tra le realtà più importanti, che hanno varcato i confini della regione e si sono affermate in Italia e nel mondo, troviamo l’industria Alimentare Colavita che, nata in quel di S. Elia a Pianisi sul finire dell’ultimo millennio, è riuscita grazie alla famiglia Scassera a realizzare stabilimenti fuori regione. A Campobasso è la notissima pasta La Molisana, che dopo alterne di nuovo tornata a svolgere un ruolo importante tra i pastifici molisani. Ed ancora si producono la Pasta Guacci e Pasta Pallante. Oltre a queste grandi realtà industriali, esistono altri pastifici che, producendo a buoni livelli di commercializzazione paste fresche, si avviano ad essere sempre più presenti nelle tavole delle famiglie molisane.

I TARTUFI

L’Alto Molise non è solo terra di bellissime ed estese foreste, ma territorio ricco di pregiati prodotti del sottobosco, funghi e tartufi in particolare. Oltre a rappresentare ingredienti di una ricercata gastronomia offerta in special modo nei numerosi agriturismi della Provincia, essi vengono raccolti, opportunamente lavorati in prodotti alimentari e commercializzati.
Il tartufo, presente in gran quantità nella specie Tartufo Nero (Tuber Aestivum Vitt.) o scorzone e sporadica in quella del Tartufo Bianco(Tuber Magnatum Pico), rappresenta una delle principali ricchezze di San Pietro Avellana che, da oltre un decenni, la seconda domenica di agosto di ogni anno, organizza la Sagra del Tartufo Nero, che richiama turisti e buongustai anche dalle regioni limitrofe. I primi di novembre invece vi si celebra la Mostra Mercato del Tartufo Bianco pregiato. Altre realtà territoriali interessate dalla presenza cospicua tubero sono Frosolone e Macchiagodena, anche se l’intera Provincia costituisce un territorio da cui proviene una rilevante percentuale della produzione nazionale di Tartufo Bianco. La produzione molisana viene infatti stimata intorno al 40% di quella nazionale; per il Ministero degli Esteri il Molise è il primo produttore di tartufo bianco in Europa, ma l’assenza di una chiara denominazione di qualità ed origine continua a giocare a favore di altri più blasonati tartufi. Nel 2004 la provincia di Isernia ha tuttavia promosso la costituzione di un Consorzio fra enti locali e privati per la conservazione degli habitat e la valorizzazione del tartufo molisano nella gastronomia locale.

FUNGHI

Quello stesso bosco dove esperti cercatori si recano per la raccolta di funghi ipogei (tartufi) è l’ habitat per la crescita di varie specie fungine: un’autentica serra naturale in cui, da periodo a periodo e compatibilmente con le condizioni climatiche, è possibile imbattersi in magnifici esemplari di porcini (Boletus aestivalis ed edulis, soprattutto), nei caratteristici e buonissimi “galletti” (Cantharellus cibarius), nelle russule, poco conosciute, ma alcune, quelle commestibili, dal sapore prelibato (Russula cyanoxantha, Russula aurata, Russula virescens) e, nel periodo tardo autunnale, in un umile fungo dall’aspetto e dal nome volgare, poco invitante, il Craterellus cornucopioides, detto anche “ trombetta dei morti” per la sua forma e per il periodo di crescita (in coincidenza con i primi di novembre), ma chiamato anche, per sua doverosa riabilitazione, il “ tartufo dei poveri”. Ed anche sui prati molti sono i funghi da osservare o da raccogliere: il più diffuso ed apprezzato è il famoso “prataiolo”, spesso visibile da lontano, in cerchi: l’ottima “cardarella” (Pleurotus eryngii) che cresce in prossimità dei cardi, o la maestosa Lepiota procera (“ mazza di tamburo”), il Marasmius oreades (“gambe secche”) formante i caratteristici “cerchi delle streghe” o, ancora, in prossimità della festività di San Giorgio (aprile), il Tricholoma CieorKii e la cosiddetta “ vescia di lupo”, Lycoperdon giganteum. Più a valle, nei boschi di quercia che circondano diversi paesi, crescono invece altre specie di funghi non compatibili con una certa altitudine.

Social

Diventa nostro amico su e su per rimanere sempre aggiornato sugli eventi!

Itinerari del Molise
Itinerari
Artigianato molisano
compralo su Ebay

Bellissimo piatto in ceramica dipinta a mano raffigurante la chiesa SS. Maria del Monte di Campobasso compralo ora

Monumenti
Il Castello Monforte

Il simbolo della città di Campobasso leggi di piu'

Libri sul Molise
Molise in viaggio

Le guide di Altri Itinerari
Volturnia Edizioni visita il sito

Tradizioni
La 'Ndocciata di Agnone

Una tradizione di epoca romana.
leggi di piu'